Dea romana e italica, i cui centri di culto più antichi e più importanti furono Roma, Preneste, e Anzio; ma antico fu il culto di Fortuna anche in Tuscolo, a Velletri, a Tivoli, ecc.. Del culto importantissimo di Anzio abbiamo poche notizie, ma sono ricordate due Fortune e vi si parla di un oracolo. Il culto di Preneste è noto sia per testimonianze letterarie sia per documentazione archeologica.
Qui la Fortuna Primigenia aveva un grandioso santuario associato con un oracolo, e assai presto fu elevata a dea protrettrice della città; alla Fortuna Primigenia fu eretto pure un sacrario sul Campidoglio, non sappiamo quando, a cui accenna un carme epigrafico e di cui fa menzione Plutarco attribuendolo a Servio Tullio. Famose nell'antichità divennero le sortes praenestinae, cioè oracoli comunicati per mezzo di tavolette di legno inscritte, conservate in un'arca di legno di ulivo ed estratte a sorte da un fanciullo. Alle sortes dovette principalmente le sue ricchezze il magnifico tempio di cui restano ancora scarse rovine. Accanto a esse godettero grande fama anche i responsi delle Fortunae Antiates e le Sortes Ptavinae.
Fortuna fu in origine una dea agricola, protrettrice del lavoro dei campi, passata più tardi a personificare la divinità del cieco caso; è la dea che porta la buona o la cattiva ventura, la sorgente degli eventi prosperi o infatuati, e il suo nome forse fu un epiteto esplicativo del sostantivo Fors col quale si trova quasi costantemente appaiata nel culto col titolo di Fors-Fortuna. Il fondatore del culto della Fortuna secondo la leggenda sarebbe stato Servio Tullio; Plutarco indica invece Anco Marzio come fondatore del primo santuario alla dea; in origine il suo culto era in intimi rapporti con la Mater Matuta.